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I nomi del padre,  di Erik Porge

 

 

 

 

 

 

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I nomi del padre

di Erik Porge

 

I nomi del padre sono uno dei maggiori principi di giunzione del reale, del simbolico e dell'immaginario, al punto che c'è chi ha sostenuto che la triade RSI provenga dalla distinzione tra padre immaginario, simbolico e reale. Pare più giusto dire che il Nome-del-Padre abbia contributo a costruire una terna di queste tre dimensioni che Lacan ha posto, dapprima separamente, come fondamentali. Paradossalmente se il Nome-del-Padre ha favorito la formazione della terna in quanto tale, non ha mantenuto con questa delle relazioni tranquille. Questo è uno degli insegnamenti dell'evoluzione della funzione di questo termine nel percorso di Lacan. Noi vi reperiamo due poli: quello che si organizza intorno alla metafora paterna, il più noto e in generale il solo menzionato, e quello che si organizza intorno di un buco nel Nome-del-Padre e del plurale di questo nome, polo abitualmente lasciato nell'ombra. Possiamo fare senza del Nome-del-Padre, domanda Lacan nel 1975? E risponde: a condizione di servirsene (1).

 

Attorno alla metafora paterna

 

I documenti di cui disponiamo permettono di fare risalire la prima apparizione del termine “Nome-del-Padre” al primo seminario di Lacan, quello del 1951-1952 su “L'uomo dei lupi”, Serguei Pankejeff.

Lacan mostra che la vita di questo emigrato russo è guidata dalla ricerca di un padre simbolico, che riempia una funzione castratrice disertata dal padre reale, troppo gentile. I dentisti in particolare giocano questo ruolo per lui, e più si mette in guardia e più si consegna a loro. A fianco dei padri simbolici, Lacan distingue il ruolo dei padri immaginari, che sono dei padri mortiferi. Il loro tipo è associato a un'immagine della scena primitiva che identifica il soggetto a un'attitudine passiva, causa di suprema angoscia, poiché equivale a uno spezzettamento primitivo. La ricerca del padre simbolico porta con sé la paura della castrazione, la quale rigetta “l'uomo dei lupi” dalla parte del padre immaginario della scena primitiva.

Lacan procede quindi subito, nella sua interpretazione del caso, a delle permutazioni e a delle supplenze tra tre categorie - reale, simbolico, immaginario - di padre. La dove cede il padre reale, c'è l'appello al padre simbolico, e là dove cede la funzione del padre simbolico di garantire la castrazione sorge il padre immaginario.

Il termine Nome-del-Padre, per quanto lo riguarda, prende posto in questo gioco di relazioni in un modo che comporta una sfumatura spregiativa, appare come un prodotto di degradazione del padre simbolico: “Egli (l'uomo dei lupi) non ha mai avuto padre che simbolizzi il padre, al suo posto gli è stato dato il nome del padre.”

La sola indicazione che Lacan da della sua provenienza è la religione (2), la religione cristiana, senza dubbio, che riconosce Gesù come Figlio di Dio, ossia che lega l'avvento del messaggio di Gesù alla paternità di Dio. La paternità di Dio è una paternità spirituale e non carnale come è anche il caso in certe religioni pagane antiche (quella di Baal, per esempio, oggetto di culti erotici). Il Nome-del-Padre, in questa prospettiva, fa del padre una realtà di discorso che precede la realtà psichica.

Dopo il caso de “l'uomo dei lupi”, Lacan esamina quello de “l'uomo dei topi”, sul quale nel 1953 tiene la sua conferenza “Il mito individuale del nevrotico”. Di nuovo vi appare, in modo fugace, “il Nome-del-Padre”, al centro delle coordinate del padre immaginario, simbolico, reale in rapporto alle quali situa il caso. L'esperienza analitica è tesa tra una immagine di padre “sempre degradata” e un'immagine di “padrone che istituisce alla dimensione delle relazioni umane fondamentali quello che è nell'ignoranza (3)”. Per i nevrotici, il padre è “sdoppiato” in padre immaginario e padre simbolico.

Come nel seminario su “L'uomo dei lupi”, il Nome-del-Padre rappresenta un livello inferiore della funzione simbolica, una sorta di ripiego. La conquista di una “piena” dimensione simbolica da parte del Nome-del-Padre porrà in seguito la questione della sua articolazione con il simbolico e ci si può chiedere se il Nome-del-Padre non resterà marcato per sempre dal deprezzamento primitivo. Il Nome-del-Padre non raggiunge la perfezione (impossibile) del padre simbolico.

Come si vede, Lacan introduce simultaneamente un reperimento della funzione paterna secondo due assi: quello che sta per essere portato dal termine, ancora opaco, di Nome-del-Padre e quello di padre ripartito nella terna padre simbolico, immaginario, reale, più esplicito.

Nel seminario “La relazione d'oggetto” dice: “Noi abbiamo appreso in effetti dai primi anni dei nostri seminari, a distinguere l'incidenza paterna nel conflitto, sotto la tripla forma di padre simbolico, di padre immaginario e di padre reale. In particolare, abbiamo visto che era impossibile di orientarsi nel caso de “L'uomo dei lupi”, il cui esame ha occupato la seconda parte dell'anno, senza questa distinzione essenziale” (4). La questione dell'articolazione di questi due assi si pone dall'inizio dell'insegnamento di Lacan e si prolunga nel corso di questo, senza che Lacan la formuli come tale o in modo introduttivo prima del suo seminario RSI nel 1975. La questione può enunciarsi in vari modi: il Nome-del-Padre si riassume nell'articolazione del padre reale, padre simbolico, padre immaginario? “Nome-del-Padre” è equivalente a “padre simbolico” e se sì perché tenere due termini differenti? “Nome-del-Padre” non è che una degradazione del padre simbolico? Occorre mettere da parte il termine “Nome-del-Padre”, in più di quelli di padre immaginario, simbolico, reale? La questione rimbalza sopra quella dell'articolazione tra il plurale “i nomi del padre” e il singolare “il Nome-del-Padre”, Lacan li mantiene entrambi.

La singolarità del termine “Nome-del-Padre resiste al costante movimento di riassorbimento della funzione paterna nella sua determinazione per il reale, il simbolico e l'immaginario e nell'affrancamento di queste tre dimensioni.

 

L'alternanza Nome-del-Padre e RSI nei seminari

 

Dopo aver partecipato alla costituzione di R,S,I come terna (per la via del padre immaginario, simbolico, reale), il Nome-del-Padre si cancella (in “Funzione e campo...”) nel momento stesso in cui questa terna prende la sua indipendenza (Conferenza dell'8 luglio 1953). Nel momento in cui RSI accede a uno statuto algoritmo di matema, il Nome-del-Padre, la cui importanza è pertanto menzionata, è messo in una sorta di sospensione, come se Lacan non potesse allora sostenerle entrambe. I domini del Nome-del-Padre e di R,S,I non sono separati, ma la loro logica non è unificata.

Poi il “Nome-del-Padre” entra in scena nel seminario Le psicosi a proposito del caso di D.P. Schreber. “L'essere padre” essenzialmente gioca il suo ruolo nella procreazione: “Non parlo nemmeno della costellazione culturale implicata nel termine essere padre, parlo semplicemente di quello che è essere padre nel senso di procreare. [...] Il soggetto può sapere benissimo che copulare è realmente all'origine della procreazione, ma la funzione di procreare in quanto significante è un'altra cosa” (5). Il padre non è solamente il genitore ma una funzione che pertiene al modo in cui il soggetto assume il significante nel linguaggio, lega la procreazione alla fecondazione, riconosce questa realtà come sua, la simbolizza.

L'essere padre è anche ciò che introduce un ordine nel lignaggio: “È unicamente a partire dal momento in cui parliamo di discendenza di maschio in maschio che si introduce un taglio, che è la differenza delle generazioni. L'introduzione del significante del padre introduce già da ora un ordine nel lignaggio, la serie delle generazioni (6)”. Lacan riprende la stessa idea in D’un discorso che non sarebbe apparente, sostituendo la nozione di ordinamento con quella di numerazione (7). Noi capiamo questa idea nel modo seguente: il fatto che il padre sia - per natura - incertus richiama una sua nominazione specifica. L'incertus, l'ignoto, è come lo zero, e la nominazione è come l'uno. Ciascuna nominazione di “un padre” si fa sul fondo di “non conosciuto”, di “zero conosciuto”. Esso diviene “un” conosciuto. L'operazione si ripete ciascuna volta e occorre bene un ordinamento per differenziare tutti gli uno (nonni, bambini, poppanti).

Introducendo il Nome-del-Padre a partire dal caso di D.P. Schreber, Lacan realizza un'operazione che segna per lunghi anni il destino di questo significante nella teoria analitica. L'importanza che Lacan riconosce al significante “Nome-del-Padre diviene solidale della sua mancanza, della sua forclusione, nella psicosi.

Dopo Le psicosi, ne La relazione d'oggetto, si assiste a un rovesciamento dei rispettivi posti del “Nome-del-Padre” e della terna padre simbolico, padre immaginario, padre reale. Il Nome-del-Padre non è più posto dinanzi poiché è identificato al padre simbolico (8). Tuttavia, la terna, non menzionata nel seminario Le psicosi, costituisce la referenza principale ne La relazione d'oggetto. Dopo il caso del “l'uomo dei lupi”, de “l'uomo dei topi”, di Schreber, Lacan sceglie con un nuovo caso di Freud per interrogare la funzione paterna, quella del “Piccolo Hans”, il cui vero nome è Herbert Graf. La fobia di Hans supplisce alla debolezza di suo padre reale rispetto al padre simbolico, del quale Freud per un po' gioca il ruolo, per quanto si comporti come un padre immaginario (9). Hans chiede a suo padre di incollerirsi, di mostrarsi più geloso (du tust eifern, tu ti incollerisci, dice Hans a suo padre il 23 aprile 1908 (10)), come il Dio geloso del Vecchio Testamento.

 

Riferendosi ciascuna volta a dei casi di Freud, per proseguire nella sua elaborazione della teoria della funzione paterna, Lacan riconosce a questi un valore esemplare e li costituisce in altrettante versioni del padre nel complesso di Edipo. Parallelamente, interroga la concezione freudiana dell'Edipo. Considerato che “tutta l'interrogazione freudiana si riassume così: che cos'è essere un padre (11)?” Occorre fare giocare alla terna padre reale, simbolico, immaginario, un ruolo nella riduzione alla quale egli sottomette Freud.

Lacan propone ne La relazione d'oggetto un articolazione del reale, del simbolico, dell'immaginario - in funzione delle operazioni di castrazione, di frustrazione e di privazione - che riporta al quadro che abbiamo già riproposto. Si nota che vi figurano il padre immaginario e il padre reale ma non il padre simbolico. È quanto Lacan segnala più tardi a coloro che non l'hanno notato: “Non c'è padre simbolico - non è stato notato - nell'articolazione in cui ho differenziato frustrazione da una parte, castrazione, privazione dall'altra (12)”.

Il fatto che il padre simbolico non figuri nel quadro non significa che per Lacan non esista, sopra tutto nel momento in cui l'identifica al Nome-del-Padre, ma è un indice che l'articolazione tra questi due termini, Nome-del-Padre e padre simbolico, non è chiara. Proviamo quindi a definire il padre simbolico, il padre immaginario e il padre reale.

 

Padre simbolico, padre immaginario, padre reale

 

Queste tre espressioni rappresentano l'incrocio della problematica del padre con la terna RSI. Esse designano via via dei tipi di padre aventi una funzione in una operazione e delle relazioni nelle quali non importa quale figura paterna possa essere impegnata. Esse non stanno tuttavia sotto la stessa insegna. Il padre immaginario (della privazione) e il padre reale (della castrazione) sono degli agenti d'operazioni, per altro il padre simbolico non è agente d'una operazione. È piuttosto nella patologia che queste figure sono incarnate da persone differenti. Altrimenti rappresentano degli agenti che una stessa persona può incarnare in differenti momenti. Per esempio, il padre immaginario succede, nel tramonto dell'Edipo, al padre reale, agente della castrazione (13).

Il fatto che il padre simbolico non entri direttamente nel quadro rende la sua definizione più difficile ma anche più vicina del Nome-del-Padre al quale Lacan l’identifica ne La relazione d'oggetto e ne Le formazioni dell'inconscio, senza che pertanto noi possiamo dire che siamo equivalenti. “Il padre simbolico è propriamente impensabile. Il padre simbolico non si trova da nessuna parte, non interviene in nessun luogo (14)”. Solo chi potrà dire come Dio “Io sono colui che sono” [éhié asher éhié] risponderebbe assolutamente alla questione del padre. “Ma questa frase che noi incontriamo nel testo sacro non può essere pronunciata da nessuno (15)”.

Questo padre simbolico è “l'eterno alibi”. Per abbordarlo, Freud ha dovuto forgiare il mito “scientifico” di Totem e tabù. Il padre simbolico vi è rappresentato dal padre morto, o piuttosto ucciso. In quanto tale, egli è conservato, secondo l'indicazione dell’etimologia comune, tueri. Uccidere [tuer] viene da tutare, proteggere, guardare. È il frequentativo di tueri, riguardare (avere riguardo), proteggere, difendere, uccidere, spegnere il fuoco; il fuoco è un essere vivente e uccidere il fuoco è placarlo, spegnerlo. Tutore viene pure da tueri, proteggere.

Padre simbolico significa l'elevazione della parola padre al rango di simbolo, di significante. Ma il padre simbolico non è solamente il simbolo del padre, o il padre nel simbolico, e per questo occorre questo altro termine, il “Nome-del-Padre” per rendere conto pienamente della funzione simbolica specifica del padre.

Il simbolico si caratterizza per l'opposizione della presenza e dell'assenza, del + e del -, del Fort e del Da. Ora il padre simbolico non è riducibile a questo gioco della presenza e dell'assenza. Questo avrebbe un oggetto nullificante, dice Lacan (16). Il padre è anche un partner reale, che risponde, quando lo si chiama... con il suo nome, il suo nome del padre. È affinché il simbolico del padre sia pienamente compiuto, che occorre la metafora del Nome-del-Padre, la quale, lo vedremo, non è identica al padre simbolico.

Il padre immaginario è quello che è incluso nelle relazioni immaginarie, sul modello di quelle di somiglianza, che siano d'aggressività o di idealizzazione. In generale si tratta del padre tremendo e minacciante. A lui si indirizza il rimprovero del bambino di averlo fatto così male. La sua emergenza nel tramonto dell'Edipo contribuisce a generare il superio. Il padre immaginario è “il fondamento dell'immagine provvidenziale di Dio”(17).

Il padre reale si rapporta al registro dell'impossibile che sfugge al simbolico, pur essendo al cuore di questo. C'è del reale nel padre simbolico. Occorre che il bambino tenga il pene “di qualcun altro, in questa relazione a ciò che è il reale nel simbolico - quello che è veramente il padre” (18). È per il tramite del padre reale, che il padre simbolico, mitico, interviene. “Reale” prende allora il senso di designare l'effettività dell'operazione, la castrazione, di cui un individuo è l'agente.

In “padre reale”, la parola “reale” designa dunque le due estremità che sembrano antinomiche: il reale che sfugge nella nozione di padre simbolico e l'agente definito, incarnato che realizza l'operazione simbolica di castrazione. Il padre reale è reale di occupare realmente un posto impossibile. Per questo non si analizza il padre reale.

Il reale, l'impossibile del padre s'incontra in un personaggio dell'ambiente del bambino, che non è forzatamente il genitore. Questo apparente paradosso da luogo alla definizione la più costante del padre reale: “Il padre reale è proprio escluso di definirlo in un modo sicuro, se non come agente della castrazione” (19). Questo impossibile nella simbolizzazione non è scientificamente riducibile. Se dovesse esserlo, si direbbe che il padre reale è lo spermatozoo, ma questo “non tiene scientificamente” e “sino a nuovo ordine nessuno non ha mai pensato di dire che era il figlio di tale spermatozoo” (20). Lacan precisa in questa occasione (siamo nel 1970, ha scritto i quattro discorsi) che cosa intende con agente. Questo termine evoca proprio l'attore, l'azionario, l'attivista, anche Atteone (personaggio al quale Lacan s'identifica ne “La cosa freudiana”, Scritti, p. 401)... e in fin dei conti l'agente lavorante per una agenzia. Il padre reale è l'agente della castrazione nel senso in cui fa il lavoro dell'agenzia padronale, del discorso del padrone, alla maniera del (piccolo) Padre dei Popoli (21). La funzione del padre reale non procede dunque dall'atto. Non c'è atto dell'uccisione del padre all'origine: il mito di Totem e tabù ha, come vedremo, il senso di un enunciato dell'impossibile nel campo di una articolazione significante. Il padre reale non è nient'altro che un effetto di linguaggio. Se il padre si pone in legislatore, o in padrone della verità, questa è un'impostura che ha un effetto forclusivo, come l'aveva già segnalato Lacan a proposito del ruolo del padre di D.P. Schreber, autore di una “Ginnastica da camera” quasi torturante.

Si sarebbe potuto pensare che dopo aver ben definito i nomi del padre simbolico, immaginario e reale, avendo identificato il Nome-del-Padre con il padre simbolico, Lacan non avesse più bisogno di ritornare sul Nome-del-Padre come tale. Errore!

Al contrario il Nome-del-Padre ritorna in primo piano nel seminario che segue La relazione d'oggetto (1956-1957), Le formazioni dell'inconscio (1957-1958), mentre la terna vi è stranamente assente. Questo permette di precisare meglio lo iato tra Nome-del-Padre e padre simbolico, oppure, più ampiamente, la terna RSI.

 

La scrittura della metafora paterna

 

È il 15 gennaio 1958 quando Lacan enuncia “il padre è una metafora” (22) e scrive un primo abbozzo della formula detta metafora paterna tale e quale essa figurerà in “Di una questione preliminare...” (Scritti, p. 531):


 
            (   )  
  Nome-del-Padre   Desiderio della madre     A  
  ------------------------------- . -------------------------------- --> Nome-del-Padre ----------  
  Desiderio della madre   Significato al soggetto     Fallo  
               
cccc
   
   
   

 

 Questa formula introduce il Nome-del-Padre nella “la considerazione scientifica” (“La scienza e la verità”, Scritti, p. 855) nel senso che essa definisce il padre praticando una rottura con la realtà fenomenica di un qualche tipo di padre, essa lo inserisce nel rapporto di significante a significante, e non di parola a cosa. Non si presta a nessuna caratterologia del padre né cerca di definire un padre normale o una posizione normale di questi nella famiglia. Serve di fondamento a una funzione normativante del padre nel complesso d'Edipo. Nel contempo, essa fa di questo significante la molla ultima del complesso edipico: “Non c'è questione di Edipo se non c'è il padre e inversamente parlare di Edipo vale a introdurre come essenziale la funzione del padre” (23). La scrittura della metafora paterna mira a sostituire un fondamento letterale al fondamento mitico del complesso d'Edipo.

La metafora paterna è costruita sul modello della metafora già scritta da Lacan. Quando dice che il padre è una metafora, non è una metafora dirlo. Questo vuol dire che il padre è un significante che, nel suo riferimento al reale, rinvia alla fecondazione, ma non è la parola che è unita a questa cosa. Il padre è un'altra cosa che il genitore, che è una parola che rinvia alla cosa, dell'ordine del segno. Rispetto alla fecondazione, “padre” è un significante, genitore è un segno. Questa distinzione è capitale per apprezzare certe domande di verificazione di “paternità”.

Per mezzo d'una sostituzione di significanti, la metafora è creatrice di un senso nuovo, essa feconda il senso. È di questa fecondazione di cui si tratta con il Nome-del-Padre. “Il padre è una metafora” vuol dire che si tratta di uno stesso evento di creazione d'una significazione come in una metafora. Quello che la rende particolare, è che questa significazione porta sulla potenza fallica, fecondante, attenente al padre. In altri termini, la potenza fallica non è un dato naturale del padre, ma una significazione che è attaccata al suo nome come risultato di una operazione significante, la metafora. Non c'è bisogno di significante affinché un essere provvisto di un pene sia il padre. Ma occorre un significante e non un segno, perché assuma dell'essere e sia riconosciuto per tale (24).

La formula della metafora paterna può leggersi di maniera sincronica, in quanto donante una significazione fallica al Nome-del-Padre, e diacronica. Da questo punto di vista, Lacan decompone l'operazione in tre tempi (25).

1. In un primo tempo il bambino è soggetto al capriccio, articolato, della madre. Cerca di identificarsi all'oggetto del suo desiderio che la soddisfa. La metafora paterna agisce in sé in modo velato. Nella sua ricerca il bambino realizza giustamente che c'è qualcosa al di là di sé, di strutturato dal linguaggio. Il fallo non è nominabile ma il suo posto simbolico è marcato, come un al di là del bambino. A questa tappa possono sopravvenire delle fobie e delle identificazioni perverse.                                                                                                                  

2. In un secondo tempo, il padre interviene come privatore della madre, su un piano immaginario. Egli priva la madre del fallo. Il bambino realizza che la madre è rinviata a una legge di cui ella non è padrone, la legge di colui che possiede l'oggetto che il bambino cerca di essere per la madre. Notiamo a questa tappa, che l'interdizione porta più sulla madre che sul bambino. L'efficacia di questo tempo dipende dall'attenzione che la madre presta alla parola del padre. Si tratta dunque di una relazione sia rispetto al padre che alla parola del padre, al non del padre. Per Hans, è proprio a questo livello che c'è una carenza, una carenza di non del padre.

3. Il padre reale interviene, fa la prova che ha il fallo, che egli è potente. Può dare il fallo alla madre e non solamente privarla, agli occhi del bambino. Da questa terza tappa dipenderà che il figlio possa identificarsi al padre e che la figlia possa incorporarlo al suo desiderio.

Quando Lacan dice che il Nome-del-Padre annoda il desiderio alla legge, occorre comprendere che si tratta della legge del significante in quanto questa sostituisce un ordine ternario a un ordine binario. Il Nome-del-Padre è una simbolizzazione di simbolizzazione, una simbolizzazione di secondo grado.    

Come lo dice Lacan, la metafora del Nome-del-Padre è “la metafora che sostituisce questo nome al posto simbolizzato inizialmente dall'operazione dell'assenza della madre (26)”. C'è una prima simbolizzazione, che corrisponde a quella della madre, della sua presenza/assenza. È quella del Fort-Da, è binaria e segnata dell'alternanza di + e di -. Già a questo stadio si costituisce l'automutilazione dell'oggetto sotto la forma del rocchetto che il bambino tiene legato a un filo (27). All’alternanza si sostituisce in seguito una simbolizzazione ternaria, sia di raggruppamenti di tre + o -: +-+, +--, +++... analoghi ai raggruppamenti che Lacan descrive ne “La lettera rubata” (Scritti, p. 11)  per mostrare che è a partire da questi raggruppamenti di tre che s'instaura, “nella nuova serie costituita da queste notazioni, delle possibilità e delle impossibilità di successione” (28). Questo passaggio imprevisibile della alternanza del + e – alle determinazioni imposte dai raggruppamenti di tre corrisponde all'inscrizione di una memoria e si chiama una legge.

 

Il soggetto infans è dapprima nella presenza o nell'assenza piena, l'“io” e il “tu” che si escludono, il transitivismo. È con quello che Lacan chiama la “composizione con se stesso del simbolo primordiale” (29) che appare il “lui”, l’assente, la non-persona (30), che sostiene la permanenza dell’“io” del soggetto quando si rivolge al “tu” che dice pure “io”, e dell’“io” di questo “tu”, quando il soggetto dice “io”. Al binario effettivo io o tu, + o -, si sostituisce l'opposizione realizzata come tale io/tu, +/-, e contare il valore della differenza di due elementi fa tre. Tale è la natura linguistica della legge che incarna il Nome-del-Padre sostituendosi alla prima simbolizzazione della madre. Conformemente alla scrittura della metafora, accedendo a questa funzione metaforica, di nome, la parola “padre” si dota di un supplemento di significazione fallica, scritto come: —> (A/Fallo). Il fallo è invertito per rapporto al posto dell'Altro poiché nell'Altro “vi manca il significante del desiderio, al quale supplisce con il fallo come preposto all'insieme delle relazioni dal significante al significato” e il significato arriva come messaggio al soggetto dal luogo dell'Altro in una forma invertita.

Il Nome-del-Padre non è un elemento simbolico come un altro, né interamente riducibile alla nozione di padre simbolico, qualche cosa di più è significato. Cosa? Qualcosa che verrebbe a designare la particolarità, nominabile, di questo elemento che è sia simbolico che garante di questa dimensione. Qualche cosa di più è significato, che resiste alla completa presa in carico della funzione paterna col solo gioco dell'articolazione reale, simbolica, immaginaria. Forse il Nome-del-Padre è il nome di questa resistenza.

L'interrogazione sul rapporto tra il Nome-del-Padre e RSI può imboccare un'altra via. Affinché la metafora paterna si produca, occorre che qualcosa del padre intervenga, del padre reale, simbolico, immaginario. Come concepire che qualcosa del padre sia già là prima che la metafora si effettui? Come qualcosa del padre può concorrere a creare una metafora del padre. Noi dovremmo giungere al potere di articolare simultaneamente l'esistenza delle tre forme di padre e quella di Nome-del-Padre. A nostro avviso è quello che permette il nodo borromeo tale e quale Lacan lo presenta nel 1975 nel suo seminario RSI.

 

LA PLURALITA' DEI NOMI DEL PADRE

Dopo la scrittura “scientifica” della metafora paterna, e proseguendo con essa, Lacan fa intendere un'altra voce emanante dal Nome-del-Padre, quella che rileva della dimensione tragica della causa perduta.

Una dimensione tragica    

Alla fine del Transfert, Lacan riconosce in effetti di alternare una definizione scientifica all'esperienza tragica del desiderio dell'uomo (31).

Per illustrare questa dimensione tragica, Lacan sceglie, ne Il desiderio e la sua interpretazione, la tragedia d'Amleto, e, ne Il transfert, la trilogia claudeliana, L'ostaggio, Il pane duro, Il padre umiliato.

In questo, costituisce un prolungamento di Freud che fece una saldatura tra l'inconscio, al quale si collazionava, e il nome di Edipo, dopo non tanto una lettura del mito, ma dell'opera di Sofocle, Edipo Re, che l'ha molto impressionato (32).

Nello stesso tempo, Freud legge Amleto come un dramma “edipico”, che Lacan contesta nella sua analisi d'Amleto ne Il desiderio e la sua interpretazione (33). Comincia per sottolineare che il fallo costituisce la chiave di volta del “tramonto del complesso edipico” (34). In effetti, secondo Freud, nel conflitto tra investimento narcisistico del pene e investimento libidico degli oggetti parentali, è il primo a spuntarla e il bambino si distoglie per conseguenza dal complesso edipico, egli introietta la proibizione dell'incesto che salva l'organo genitale ma sopprime la sua funzione. A Freud, Lacan aggiunge una distinzione tra avere e essere il fallo. La castrazione è cessare d'essere il fallo e è d'essere senza l'avere, per il ragazzo. In questo quadro, Amleto illustra un'altra relazione al fallo che Edipo. L'assassino del padre di Amleto, il re, è compiuto non dal figlio (come in Edipo) ma dal fratello. Dopo la morte di suo padre per mano di Claudius, il fallo è sempre là. Claudius l'incarna. Per vendicare suo padre, Amleto vuole uccidere Claudius. Per questo, deve colpirlo come fallo reale, il quale non è che un'ombra. La pièce di Shakespeare è la storia della procastinazione di Amleto dinanzi all'atto che deve compiere. Non ci arriverà che dopo aver provato “la gelosia del lutto” (Lacan) di Laerte durante la tumulazione d'Ofelia (scena del cimitero). Giunge a Claudius nel momento della scena finale, quello del sacrificio completo della sua vita. Dopo la scena decisiva del cimitero, Amleto non ha fatto il sacrificio d'essere il fallo. Egli ha ritrovato il valore fallico dell'oggetto del desiderio per Ofelia. Questo sacrificio d'essere il fallo, non lo realizza che alla fine, sacrificando la sua vita.

 

Ne Il transfert, Lacan approccia lungamente la dimensione tragica del desiderio - legato al padre. Il teatro permette un accesso a questa dimensione specifica della funzione paterna, non completamente esprimibile con la definizione scientifica, e anzi testimonia in certe opere teatrali privilegiate delle modificazioni del posto del padre nel discorso. Esiste, secondo Lacan, una scala che va da Edipo Re alla trilogia claudeliana. La tragedia di Sofocle permette dapprima d'isolare la funzione del “non sapeva”, propria del soggetto nella sua accezione lacaniana. Edipo non sapeva d'aver ucciso suo padre e d'aver giaciuto con sua madre, e si situa qui la molla del dramma.

Amleto, marca una seconda tappa, che si differenzia da quella di Edipo, contrariamente a quello che sostennero Freud e Jones. Il padre di Amleto era già morto all'inizio della pièce. Egli sa che è stato ucciso. E non lo è stato per mano del figlio. Ancora di più, il padre che appariva a Amleto è un padre dannato che, come lo dice Shakespeare, è stato ucciso nel fiore dei suoi peccati: “Non è che questa dannazione non sia per noi legata all'emergenza di questo, che qui il padre comincia a sapere (35)”.

Infine, terzo caso, la trilogia claudeliana, l'ostaggio, Il pane duro, Il padre umiliato, contenente un parricidio, offre l'interesse di poter seguire il destino dei personaggi nel corso di tre generazioni. Le tragedie di Claudel, messe in prospettiva con quelle di Sofocle e Shakespeare, testimoniano, secondo Lacan, del posto del padre da quando è stato messo in circolazione nella cultura il complesso di Edipo (36). Sembra che Lacan ritenga principalmente la nozione di “padre umiliato” in questa tematica, ma senza pertanto precisarne dapprima i tratti. Non si sa troppo bene da chi sia rappresentato nella pièce di Claudel: il papà ne L'ostaggio? Toussaint Turelure, giocato ai dadi e ucciso da suo figlio? Malgrado i suoi lunghi commenti della pièce, Lacan non isola dei tratti del padre così precisi che per Edipo o per Amleto. L'immagine del nostro padre contemporaneo post-freudiano resta abbastanza sfumata e si riassume - in fin dei conti - in quella del padre umiliato.

Una possibile spiegazione di questa specie di incompiutezza tiene forse al fatto che Lacan stesso era troppo preso da tale questione, sia sul piano teorico della sua elaborazione del Nome-del-Padre che sul piano personale. Effettivamente è il 15 ottobre 1960 che suo padre, Alfred Lacan, scrive E. Roudinesco, precisamente come un padre umiliato dal nonno di J. Lacan (37), muore, all'età di ottantasette anni.

Lacan non ne parlerà pubblicamente. In compenso, quando qualche mese dopo muore il suo amico Merleau-Ponty, piange sulla sua tomba (38) e parla di questa morte nel suo seminario, il 10 maggio 1961, quello stesso in cui parla pure della versione tragica del padre secondo Claudel. Infine, il 6 dicembre 1961, Lacan evoca nel suo seminario la maledizione che egli ha gettato sul nonno paterno e la ragione per la quale sua figlia è sua figlia.

Sul piano professionale, pure, Lacan vive una tragedia, poiché egli è la posta in gioco dell'affiliazione della sua società di psicanalisi all'IPA, dramma al quale il seminario unico sui nomi del padre deporrà una corona nel 1963. Nello stesso tempo che parla della tragedia del padre nel suo seminario, Lacan sale i gradini che lo portano sulla scena analitica in cui deve, difendendosi col proprio corpo, essere lui stesso attore di questa tragedia.

La sua interpretazione del ruolo del padre nelle tragedie, da Sofocle a Claudel, emessa nel suo seminario, diventerà inseparabile dalla interpretazione che ne da, indirettamente e parzialmente a sua insaputa, con la sua azione sulla scena analitica. In particolare, la funzione che Lacan fa giocare al suo seminario sulla scena analitica sarà un elemento dell'interpretazione che egli enuncia all'interno del suo seminario. L'esistenza del suo seminario diviene una messa in atto della dimensione tragica che ha riconosciuto nel Nome-del-Padre e che è la conseguenza della sua definizione scientifica.

Annunciando nel 1963 un seminario sui nomi del padre, l'auditorio al quale Lacan si rivolge ha dovuto essere sorpreso dal plurale. È possibile che in questo modo Lacan abbia testimoniato d'un tentativo di circoscrivere la problematica incrociata tra il Nome-del-Padre e la terna delle tre forme di padre. La pubblicazione della tesi di J. Laplanche su Hölderlin ha giocato probabilmente un ruolo (39). Malgrado le riserve che suscita, questo lavoro ha sedotto Lacan e lo ha fatto riflettere. Lo si vede in effetti ne L'etica fermarsi a una difficoltà di Laplanche nel cogliere la forclusione (40). A partire dalla distinzione tra Nome di Padre e Nome-del-Padre, Laplanche solleva la questione dell'unità e dell'unicità del significante Nome-del-Padre nella misura in cui c'è sempre qualcosa di significato per il soggetto. La sua risposta tende a fare del Nome-del-Padre un momento estremo dell'astrazione. Ma non si vede allora perché la forclusione di questo significante provocherebbe la psicosi. Questo non partecipa a quello che Lacan chiama “portare alla sua estrema potenza logica la funzione” (42)? Ne L'etica accenna una risposta alla questione di Laplanche, enunciando che un significante non si presenta mai solo ma nella sincronia di una batteria di tre e senza dubbio quattro significanti. La forclusione del Nome-del-Padre non sarebbe dunque la forclusione di un significante unico, ma di una rete d'almeno tre significanti. D'altronde la formula della metafora paterna richiede una combinatoria di significanti per effettuarsi. D'altra parte, l'espressione Nome di Nome di Nome che impiegherà Lacan per qualificare il Nome-del-Padre - l'esamineremo più avanti - s'inscrive nel proseguimento di questa annotazione.

 

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